Kriya Yoga: arte pratica e scienza di realizzazione

Kriya Yoga: arte pratica e scienza di realizzazione

Il Kriya Yoga di Babaji è un sistema verificato che sviluppa capacità in tutti i piani dell’esistenza: fisico, vitale (emotivo), mentale, intellettuale e spirituale. Queste tecniche di Kriya Yoga funzionano in modo integrale per assicurare al praticante salute e vitalità, gioia, chiarezza mentale e compassione. La percezione dei sensi diventa sottile e chiara, la mente e l’intelletto sono meravigliosamente acuiti. Le facoltà latenti si sviluppano e il potere personale aumenta. Tuttavia, queste non si sviluppano per soddisfare i propri interessi personali ma come strumento al servizio di un senso più ampio del Sè che si trova negli altri. La compassione e l’intuizione crescono insieme alla capacità di servire. E come la coscienza si espande, i bisogni degli altri vengono riconosciuti come propri.

Il Kriya Yoga è un’arte pratica e una scienza di realizzazione del proprio massimo potenziale qui e in questo mondo. Non richiede adesione ad alcun sistema di credenze religiose. Non importa se si è cristiani, buddisti o hindu, agnostici o atei. Chiunque può trarre beneficio dalla sua pratica. Il Kriya Yoga è Azione Consapevole, attraverso cui si sperimenta la Consapevolezza e si impara a portare attivamente questa consapevolezza nella vita quotidiana. Inoltre si può migliorare in modo significativo il proprio stato di salute fisica, migliorare l’energia vitale, la chiarezza della mente, elevare le facoltà intuitive, la coscienza si Sè, la gioia spirituale, la pace e il benessere.
Azione Consapevole

L’azione consapevole è sia strumento che obiettivo nel Kriya Yoga di Babaji, attraverso cui diventiamo coscienti di “ciò che è cosciente”, ossia quell’elemento costante in ogni nostro pensiero ed esperienza.

Lo Yoga fu sviluppato in India come percorso spirituale di realizzazione del Sè; tuttavia oggi è sotto i riflettori nel mondo per i suoi molteplici benefici fisici. Il passaggio di questa disciplina fisico/spirituale dall’antica cultura indiana a quella moderna occidentale deve ancora riconciliarsi con i valori intrinseci di ogni cultura. Lo Yoga viene spesso insegnato come un sistema di esercizio fisico che migliora salute o peggio per ridurre o rassodare il corpo. Con il risultato che lo yoga occidentalizzato è spesso una mera ombra di quello che potrebbe realmente essere. Fortunatamente sempre più insegnanti occidentali provano a unire la pratica delle asana a quella del pranayama e della meditazione per portare gli studenti più nel profondo verso gli obiettivi dello Yoga. Questa tendenza è certamente benvenuta, ma anche laddove si insegna ad essere consapevoli del respiro o dell’allineamento, si dice poco della natura della coscienza o su come agire con consapevolezza, o come trovare una gioia duratura, che sono i veri obiettivi dello Yoga.

In fondo siamo tutti alla ricerca della felicità o in fuga dalle sofferenze, in un modo o nell’altro. Sfortunatamente, trovare la felicità è come prendere l’acqua con le mani: scivola via facilmente. Ottenere ciò che desideriamo, che sia piacere, salute, potere, bellezza fisica o venerazione, conduce inevitabilmente alla sofferenza. Soffriamo nella paura di perdere ciò che abbiamo, o ci procura noia, agitazione o insoddisfazione. Perciò continuiamo a spostarci da questa o quella esperienza alla successiva nella vana speranza di trovare una gioia permanente, o perlomeno un’altro diversivo. La felicità duratura sembra sfuggire a tutti.

Non c’è modo di uscire da questo dilemma? C’è una via per la felicità duratura?

I Rishi e i Siddha dicono di sì, che la felicità nella vita è proporzionale alla disciplina.
Disciplina nel contesto dello Yoga è ricordare chi sei veramente e smettere di identificarti con ciò che non sei. Inizia con il coltivare la consapevolezza.

Cos’è la Consapevoleza e come si acquisisce?
La Consapevolezza è coscienza concentrata. E’ altro dalla mente. E’ un’intelligenza superiore che mantiene la prospettiva dell’osservazione distaccata. La Consapevolezza si presenta quando una parte della coscienza (la nostra mente discriminante più elevata) si allontana e osserva da testimone quanto accade nel resto della coscienza sveglia coinvolta in azioni, sensazioni e pensieri. Questo accade raramente nel normale corso della vita in quanto solitamente consentiamo alla coscienza di essere assorbita dagli oggetti della nostra attenzione. Perdiamo noi stessi nei movimenti della mente. O ci identifichiamo con quello che stiamo vedendo, ascoltando, pensando, sentendo, facendo oppure lasciamo che la nostra coscienza sia dipersa in molteplici direzioni. Spesso facciamo cose senza renderci conto di quello che stiamo facendo. Perdiamo chiavi, occhiali, telefoni o doucumenti importanti, reagiamo male e roviniamo relazioni per la mancanza di attenzione al momento presente. La distrazione è una mancanza di consapevolezza. La consapevolezza è attenzione concentrata e spassionata.

Una pratica di consapevolezza è rimanere testimoni del carosello di movimenti sensoriali ed emotivi. Questo ci sradica dal condizionamento in modo tale che possiamo reagire alle circostanze secondo una prospettiva più ampia. La consapevolezza è uno stato di calma che impegna attivamente la mente nel momento presente. E’ intelligenza assertiva razionale capace di giudicare correttamente e di prendere decisioni. Il continuo superamento della abituale programmazione condizionata (istinto, impulso, emozione), questa intelligenza superiore viene rinforzata e si affina la capacità di discernimento.

Essere capaci di sgombrare la superficie della mente dai movimenti soggettivi non significa aver raggiunto uno stato di Consapevolezza. La consapevolezza apre la mente ai movimenti sottili attivi nella parte più profonda del nostro essere. Questo elevato senso di consapevolezza ci fa scivolare in stati profondi di meditazione, conduce a un senso di immobilità ovunque. La consapevolezza è una condizione di assoluta calma e immobilità che svela una qualità inescrivibile dell’energia spirituale. Se ci consentiamo ripetutamente di rimanere all’interno di questo stato, la mente diventa più concentrata, discriminante e spassionata in ogni circostanza. I movimenti del respiro rallentano e diventano regolari. La mente è gradualmente purificata dal suo condizionamento e la gioia scaturisce naturalmente dal cuore.

Quale parte di me è consapevole?
I Siddha dicono: “sii nel mondo, ma non del mondo”. Così si svolge la loro vita di introspezione. Di norma siamo condizionati a farci assorbire dagli oggetti della nostra attenzione: i nostri pensieri, ricordi, emozioni, desideri e repulsioni. La nostra tendenza è quella di reagire alla spinta del mondo senza considerate l’essenziale domanda esistenziale: Chi agisce? Chi sono Io?
Pensiamo, parliamo, agiamo, reagiamo, ci emozioniamo, ma raramente ciamo in connessione con quell’Io che sta facendo queste cose. Leggiamo libri e acquisiamo informazioni senza considerare chi sta leggendo o ricevendo informazioni. Ci innamoriamo senza osservare a chi sta accadendo, ci arrabbiamo o ci deprimiamo senza sapere realmente perchè. Diciamo “Sono innamorato”, “Sono depresso”, “Sono arrabbiato”, “Credo in questo o quello”. Mangiamo, lavoriamo, ci alleniamo e dormiamo e continuiamo a ripetere la stessa routine senza osservare il processo. Non fermiamo il pensiero abbastanza a lungo da porre la domanda “chi pensa, agisce, si emoziona, si allena, dorme o crede?” Lo Yoga Ci mette in condizione di rispondere a queste domande attraverso la pratica della consapevolezza.

Nel 2000 a.C. il saggio Patanjali scrive il suo classico “The Yoga Sutras” in cui fa una chiara distinzione fra ciò che è cosciente (soggetto/Seer) e tutto il resto di cui facciamo esperienza (oggetto/Seen) che include i movimenti della mente. Il Soggetto è il Testimone, la nostra prospettiva puramente soggettiva, quella che è cosciente e che viviamo come “Io Sono”.
L’Oggetto è tutto il resto in Natura: gli oggetti della consapevolezza, dal più fisico degli oggetti al più sottile dei pensieri e delle formazioni mentali. La mente è la somma di tutte le formazioni mentali incluse la memoria, l’immaginazione, i dati sensoriali e le astrazioni intellettuali.

Patanjali definisce lo Yoga al verso 2 con le seguenti parole: Yoga citta vritti nirodhah o “lo Yoga è la cessazione (dell’identificazione con) le fluttuazioni che emergono all’interno della coscienza”. nei versi che seguono, Patanjali definisce queste 5 fluttuazioni come:
strumenti di acquisizione della vera conoscenza, che è validata dai 5 sensi, e di deduzione, che è osservazione di causa ed effetto.
giudizio erroneo, che è falsa conoscenza basata su pregiudizi personali.
concettualizzazione, l’atto di riflettere sull’esperienza
memoria, che è esperienza trattenuta
sonno profondo, il pensiero del nulla.
L’ego si identifica solitamente con questi 5 tipi di fluttuazioni.

Perciò si può intendere lo Yoga come un sistema di purificazione della coscienza dall’egoismo, l’abitudine all’identificazione con ciò che non siamo. Se vi chiedono chi siete, rispondete con il vostro nome, professione, residenza o la vostra relazione con altri. Ma queste cose non sono costanti e in effetti cambiano di frequente. Queste cose con cui vi identificate sono prontamente dimenticate ogni notte nel sonno. Dormendo non avete memoria del vostro nome, lavoro o relazione, eppure il senso dell’Io resta.

E’ il senso di Io che è realmente profondo. Pensate però alle cose con cui tipicamente identifichiamo l’Io: stanchezza, fame, rabbia, desiderio, frustrazione, gelosia, invidia, eccitazione, gioia, dolore, tristezza – tutte quelle cose che uno sente, pensa e fa, che cambiano continuamente. Ma come si può essere davvero qualcosa che è qui per un attimo e sparita in quello successivo? Siete davvero una di queste cose? Lo Yoga dice, chiò che è reale e vero è “Ciò che è sempre”. Trovare la parte di Sè che è sempre stata e sempre sarà. Questo è Yoga.