L’Arte Segreta dello Zen

L’Arte Segreta dello Zen

Estratto dalla conferenza di Davide Maselli
a Brembate (BG)

Monaco Zen, Psicologo Clinico e Insegnante Yoga
Autore di Aspetti Psicologici dello Zen

L’arte segreta dello zen consiste semplicemente nel sedersi e nell’abbandonare l’attaccamento al proprio ego. L’ego, inteso come funzione della mente, è la causa della sofferenza umana e dunque un valido oggetto di osservazione per la psicologia. Diverse ricerche in campo neuro-psicologico dimostrano come la pratica della meditazione zen costituisca un importante fattore di protezione nello sviluppo di una identità sana e in armonia con l’ambiente.

A partire dalla sua storia di vita, il Buddha ci insegna le Quattro Nobili Verità, che rappresentano il suo metodo.

La Prima Nobile Verità è l’esistenza della sofferenza. Per Buddha sofferenza è dukkha. In realtà dukkha è il disagio e la sua concezione del disagio umano, quello a cui si tenta di far fronte in questa sede, deriva dalla sua esperienza personale: lui ha osservato che noi siamo esseri umani produttori di desiderio; noi produciamo azioni e parole, ma anche pensieri, sensazioni e stati d’animo e, in particolare, produciamo il desiderio.

Dal momento che viviamo in questa società consumistica, noi siamo condizionati fin dalla nascita a produrre desiderio e lo facciamo inconsciamente, automaticamente. L’idea del Buddha è che il desiderio sia fonte di sofferenza. E ci si può chiedere: perché questo dovrebbe creare dukkha, il disagio? Si può non essere d’accordo. Non si tratta di convincere qualcuno qui, ma soltanto di parlare di questo argomento, in modo che sia meglio conosciuto e un po’ meno ignorato.

Il motivo è semplicemente questo: adesso, in questo momento, noi produciamo il desiderio di un oggetto e più tardi produciamo il desiderio di un altro oggetto; di conseguenza, diventiamo insoddisfatti dell’ottenimento dell’oggetto precedente e vorremmo cambiarlo: per dirlo in un altro modo, siamo insoddisfatti.

Questo però non accade solo nei riguardi, per esempio, dei beni di consumo, ma anche nelle nostre relazioni interpersonali, in quanto cerchiamo di stare con le persone con cui ci piace stare mentre ci allontaniamo da quelle che non ci piacciono e spesso accade di voler cambiare la personalità di qualcuno per adattarla ai nostri desideri.

Allora il Buddha ci insegna quali sono i Tre Veleni: l’ignoranza, l’odio e l’avidità. Odio e avidità hanno origine dall’ignoranza che, secondo la visione del Buddha, è la mancanza di comprensione della nostra natura profonda (che vedremo più avanti). Odio e avidità oppure odio e amore oppure avversione e desiderio secondo la visione freudiana sono Eros e Thanatos, l’impulso di vita e l’impulso di morte; per cui, noi abbiamo desiderio e rifiuto verso gli oggetti e questo non si riferisce solo agli  oggetti esteriori come i beni di consumo, ma anche agli oggetti interiori, alle rappresentazioni mentali e alle relazioni interpersonali, ai nostri stati d’animo, ai nostri bisogni e alle nostre pulsioni. Voglio dire che, in quanto esseri umani, siamo in grado di negare i nostri bisogni se, per qualche ragione, essi banalmente non ci piacciono, hanno un contenuto inaccettabile, come per esempio la pulsione di morte, ma potete notare che siamo in grado di rifiutare e di sfuggire anche all’amore e in particolare all’amor proprio.

Patanjali, un saggio indiano del II secolo d.C., scrive Yogasutra ed esplora queste pulsioni nel Sadhana Pada, il capitolo sul metodo. In particolare, in 2.30, egli ci invita a osservare la violenza, il mentire, il rubare, la brama sessuale e il senso di proprietà. La prima astensione è la violenza, ovvero Thanatos. Avendo avversione per questo, in quanto essere umano, posso negare di fare esperienza interiore di contenuti violenti e questa, secondo Freud, è una negazione, ovvero un processo nevrotico di mancata accettazione di se stessi e della propria vera natura. Ecco qui, la natura profonda di cui parla il Buddha.

Vedere, accettare e lasciar passare quello che c’è è il motivo della nostra pratica, che si chiama zazen, la pratica fondamentale dello zen che vedremo più avanti. Allora, sotto molte sfaccettature, possiamo osservare come il desiderio sia causa di sofferenza e, in generale, di diverse condizioni di disagio. Ognuno, se vuole, può vedere questo nella propria vita.

Nella Seconda Nobile Verità, il Buddha sostiene che esista una causa all’ignoranza, una condizione che la genera sulla quale si può lavorare. Allora, se c’è una causa, che cosa la determina e dunque perché, ignorando noi stessi, produciamo avversione e desiderio? Se avessimo meno ignoranza e ci dedicassimo alla contemplazione e alla osservazione di noi stessi, saremmo meno all’oscuro delle forze che ci muovono e dunque produrremmo meno desiderio, fonte di sofferenza.

Per sofferenza non si intende necessariamente una forma di disperazione drammatica e senza fine, ma di un processo nevrotico naturale che accomuna tutti gli esseri umani; nessuno di noi, secondo Freud, è immune dal modo di funzionare nevrotico della mente e questa condizione può amplificarsi in stati borderline o psicotici man mano che ci si allontana da se stessi. Dukkha, questa sofferenza, innanzi tutto non è un oggetto, non è qualcosa che si può afferrare come un concetto che si presta alla descrizione verbale: una caratteristica della Via del Buddha e dello Zen in particolare, è che le parole sono piuttosto poesia, si riferiscono a oggetti inafferrabili che si possono comprendere solo nella carne e nel respiro prima ancora che nella mente.

La pratica è molto reale e concreta, a noi non bastano le parole della filosofia, ma abbiamo bisogno di fatti. L’ignoranza allora si riferisce alla nostra vera natura, che per convenzione viene chiamata “natura di Buddha”; anche la parola Buddha, che in lingua pali significa “illuminato”, ha assunto il significato di colui che conosce la propria vera natura e vive a contatto con essa.

Quali caratteristiche ha la natura del Buddha? Imperamenenza e interdipendenza: vuol dire che tutto è perituro e che non c’è niente di permanente e tutte le cose sono collegate tra loro e si trovano sotto un vincolo di dipendenza reciproca, che include il desiderio e l’avversione.

Noi facciamo fatica ad accettare di vivere in questa natura, perché ci mette di fronte alla nostra vita e alla nostra morte, costantemente, e questo per qualcuno la può essere un’ombra buia. La condizione di ignoranza consiste nel fuggire dalla nostra impermanenza e dalla nostra interdipendenza. La Terza Nobile Verità dà un messaggio positivo e di speranza e dichiara che è possibile vincere l’ignoranza e nella Quarta Nobile Verità si espone il metodo per uscire dalla sofferenza ed è rappresentato dal Nobile Ottuplice Sentiero.

Potete avere notato che il Buddha una un linguaggio medico, che ha a che fare con una tradizione di pensiero diversa da quella che caratterizza la medicina occidentale; infatti, la Prima Nobile Verità dichiara l’esistenza della sofferenza e corrisponde alla manifestazione del sintomo del disagio, la Seconda Nobile Verità dichiara la causa della sofferenza, ovvero l’ignoranza, e corrisponde alla diagnosi, la Terza Nobile Verità è la prognosi che dichiara un decorso positivo della malattia e la Quarta Nobile Verità espone il metodo, ovvero la terapia da seguire. Il trattamento consiste nel Nobile Ottuplice Sentiero che rappresenta un ottagono di regole di vita che insegnano come praticare la via della liberazione dalla sofferenza, qual è la strada da calcare.

Non vi parlerò in questa di tutto il percorso, ma solo dell’ottava parte, ovvero la “giusta meditazione”, non una qualunque, ma quella giusta. Nell’ambito dello zen, zazen è la pratica fondamentale e corrisponde alle fondamenta del piano terapeutico del Buddha, inteso in questo senso come medico della mente attraverso il corpo e il respiro in unità; zazen è la sorgente di un modo diverso di relazionarsi con tutti oggetti della vita quotidiana poiché ci invita a coltivare una condizione della mente inusuale, vigile e osservativa, adatta a osservare la nostra vera natura e a metterci a confronto con essa. Questa condizione della mente ha un aspetto interlocutorio di tipo esistenziale con se stessi, ovvero non intellettuale, logico e verbale, ma fisico, analogico e concreto.

In zazen si sta semplicemente seduti. In giapponese, za significa sedersi e zen significa attenzione. In zazen si concentrano le proprie forze sulla postura seduta e la si osserva. Perché il Buddha ci ha insegnato a coltivare l’attenzione sulla postura seduta? Nella vita quotidiana dobbiamo correre insieme al tempo e, se non siamo indaffarati ci intratteniamo coi nostri pensieri. Innanzitutto, occorre prendere le distanze da tutto questo e dunque sedersi.

Questa pratica non viene più chiamata meditazione in Europa perché la parola meditazione ci rimanda a un processo interlocutorio intellettuale e verbale, diversamente da quello che dicevamo prima e lontano dall’essere utile per dissipare l’ignoranza sulla nostra vera natura e lontano dalla comprensione del nostro disagio; allora, Zazen si traduce nella concentrazione e nell’attenzione sulla postura seduta.

Concentrarsi significa addensare la propria attenzione e osservare significa lasciarla fluire, ovvero concentrarci intensamente sul corpo e sul respiro e osservare. Dobbiamo fermarci, respirare e osservare per un certo tempo. In questo modo si coltiva uno stato mentale di chiarezza adatto a cogliere il senso impermanente e interdipendente di tutti i fenomeni. L’attenzione scorre nel corpo e nelle sensazioni fisiche, come la distensione e la contrazione dei muscoli, il senso del peso e dell’equilibrio, la respirazione, ma l’attenzione può scorrere anche nei pensieri e delle emozioni.

Osservare un pensiero o un’emozione significa in primo luogo accorgersi della sua presenza e per questo ci sediamo immobili e in silenzio; occorre poi concentrarsi su di esso, al di là del suo contenuto, e vedere che le sensazioni fisiche, emotive e mentali sono tutte impermanenti e interdipendenti.

Osservare e accettare questo significa entrare a contatto con la propria vera natura e a dissipare il velo dell’ignoranza.