Yoga, disciplina di felicità

Quante volte ci siamo soffermati a riflettere su quali siano le motivazioni più profonde del nostro agire?

Possiamo affermare che la spinta di base sia una eterna ricerca di felicità, qualsivoglia sia la forma od il nome che le attribuiamo, fosse anche la fuga dalla sofferenza, che è l’altra faccia del problema.

Fuggiamo compulsivamente da qualcosa ed agiamo coattivamente alla affannosa ricerca di qualcos’altro e la nostra esistenza si gioca nell’alternanza di queste spinte che limitano la nostra originaria libertà di autodeterminazione.

Assumiamo così una personalità di base che ci maschera al nostro vero Essere, riempiendola di comportamenti più o meno volontari che formano il carattere, perpetrando così giochi di ruolo ripetitivi, compulsivi ed a volte ossessivi che condizionano le nostre scelte di vita e le nostre relazioni.

Per esempio potremmo rifuggire dal fallimento ricercando ossessivamente l’immagine di persone di successo, o evitare l’essere persone ordinarie rincorrendo l’originalità sotto qualsivoglia aspetto, ancora evitare compulsivamente i conflitti cercando l’armonia e la pace a discapito di tutto il resto, e così via.

Ogni comportamento ha una sua ragion d’essere, il problema è che ci riconosciamo ed identifichiamo in uno particolare, ed interpretiamo il mondo sotto quella luce assumendola come unica verità.

Da questa confusione originaria nascono i problemi di vita e relazionali, impedendoci non solo di vedere il mondo per quello che è, ma anche di vedere ed aprirsi all’altro, percepito come diverso e non compreso.

D’accordo, ma come?

Un gruppo di saggi, chiamati Siddha, ci regalano una perla:

La felicità è direttamente proporzionale alla disciplina

Conosciamo tutti la favola di Cappuccetto Rosso.
Cappuccetto siamo noi, le distrazioni nel bosco i nostri desideri, il lupo l’inconsapevolezza e le sofferenze, la nonna la nostra essenza. Il cacciatore? Il cacciatore sono le pratiche costanti e quotidiane, quel processo di pulizia della mente subconscia che ci porta alla nostra autorealizzazione, senza atti dolorosi, ma lentamente ci distacca dalle false e dolorose identificazioni che anziché avvicinarci alla felicità ci precipitano in sofferenze e nevrosi.