Lo yoga: L’Astanga Yoga secondo Patanjali. Le otto membra dello yoga.

Lo yoga: L’Astanga Yoga secondo Patanjali. Le otto membra dello yoga.

di Marco Arjuna

Nei Sutra Patanjali ci narra del percorso ad otto stadi dell’Astanga Yoga, un insieme armonico e completo volto a condurci verso l’unione perfetta, il nostro ricongiungimento con l’Essere.

Comunemente si parla di liberazione, personalmente ritengo che essa sia il sottoprodotto della cessazione della frattura originaria di cui abbiamo parlato negli articoli precedenti, quindi l’obiettivo primario è quello dell’unione colmando il vuoto interiore che ci spinge all’azione compulsiva e priva di Coscienza.

Gli otto stadi sono:

Yama – Niyama – Asana – Pranayama (i 4 stadi “esterni”) – Pratyahara – Dhyana – Dharana – Samadhi (i 4 stadi interni).

Prima di addentrarci nella presentazione di ogni singolo stadio, mi preme introdurre un concetto che svilupperemo successivamente.

Senza pretesa di svelare il senso della vita o dell’esistenza stessa, argomento che trascende le mie capacità cognitive, poniamoci la domanda che senso abbia percorrere l’esistenza in questa forma e dimensione.

Se fosse, come credo, un percorso di consapevolezza, di presa di coscienza di esistere come Coscienza Individuale, qualunque scorciatoia che ci porti fuori totalmente da un’autorealizzazione percorsa in Presenza, ossia nel “hinc et nunc”, ha il sapore della fuga e dell’incompiuto. Come tale non ci porta all’obiettivo ma ci allunga il percorso obbligandoci, presumibilmente e per chi ci creda, a riprendere il percorso di Presenza in un’altra esistenza.

YAMA

Con Yama ci si riferisce alle “astensioni”, ossia ciò che dobbiamo evitare.

È un codice etico molto pragmatico, l’indicare infatti le astensioni è utile e più indicativo che definire degli obblighi morali precisi che ingabbierebbero limitando di fatto il libero arbitrio.

Sono cinque temi su cui porre l’attenzione e la consapevolezza:

  • Ahimsa – la non violenza, o l’astenersi dall’arrecare danno fisico o psicologico a qualsivoglia essere vivente, noi stessi compresi ed è intesa in pensieri, parole e opere. “Ama il prossimo tuo come te stesso” può essere una analogia culturalmente a noi vicina. Il tema è vasto e ricco di implicazioni, ci limiteremo a precisare che non è l’Ahimsa un atteggiamento passivo che porta a una accettazione supina di violenza per non reagire, semmai il non accettare la violenza può significare una reazione anche uguale e contraria: è l’intenzione a definire l’azione.

Persino un bambino distingue la grande differenza tra una reazione amorevole per il suo bene dalla scenata isterica di un adulto frustrato. La prima lo fa crescere, la seconda lo ferisce.

Del collegamento tra Ahimsa e veganesimo ne tratteremo altrove.

  • Aparigraha – il distacco, il non attaccamento. Abbiamo già visto in un articolo precedente come la sofferenza per la frattura originaria ci porti a sviluppare attaccamenti, materiali o emotivi, nel vano tentativo di lenirla.

Otteniamo paradossalmente l’effetto contrario, leghiamo la nostra felicità a qualcosa di volatile e impermanente, condannandoci a una sofferenza circolare e autoalimentata.

Lo sciogliere questi legacci ci permette di poter fronteggiare la vera causa e di poterla risolvere.

  • Asteya – onestà, astensione, liberazione dalla cupidigia, dalla avidità o bramosia del possedere. Sempre a causa del vuoto interiore ci sovraccarichiamo di qualcosa di esterno a noi. Potere, sesso, soldi, beni, relazioni dipendenti, adrenalina e forti emozioni; sono tutti potenti deragliatori. Il male non sta in queste “cose” o esperienze, ma nella bramosia di conquistarle o di accumularle.

Onestà risiede nel possedere e utilizzare ciò che è utile e necessario per una sana e discreta esistenza, nostra e di chi dipende da noi, senza arrecare danno o privazioni ad altri esseri viventi.

  • Bramhacharya – castità, purezza. Ritengo che la castità e la purezza prima che nell’azione risiedano nell’intenzione. Non si tratta di evitare qualsivoglia piacere, ma di non caricarlo di azione egoica.

Fare sesso con amorevolezza è assai diverso dal farlo con rabbia e cattiveria o dominanza. Sorseggiare un bicchiere di vino guardando un tramonto o condividendo un momento sereno è altro dal bere compulsivo con tutte le conseguenze correlate.

Nutrirsi correttamente gustando il cibo sentendo gratitudine per il dono ricevuto è tutt’altro che ingozzarsi ossessivamente per il gusto di farlo, alimentando un business che sta divorando il mondo.

 

  • Sathya – sincerità, aderenza alla verità. Non vuol dire affermare sempre una verità, anche a costo di ferire o mettere in pericolo l’incolumità di altri, credo sia in primo luogo una sincerità interiore, poi esteriore. Finchè sarò mosso da pulsioni egoiche non vedrò realtà se non il mio limitato punto di vista e sarò incapace di qualsivoglia verità. Liberato da pastoie e più permeato dall’Essenza con il progressivo dissolversi del velo egoico, che genera separatezza e quindi illusione, potrò essere sincero con me stesso e quindi con il mondo.

 

NYAMA

I Nyama sono i cinque livelli di purezza, di autopurificazione.

  • Saucha – pulizia o purificazione in tutti i nostri livelli, aumenta in profondità in proporzione alla autorealizzazione. Va attuata sia sul piano fisico che mentale e verbale. È attenzione a ciò che immettiamo ed emettiamo nel e dal nostro sistema.
  • Santosha- è la felicità, l’appagamento per ciò che si ha, per ciò che si è; il contrario dell’infelicità per ciò che non possiedo, per ciò che non sono. È il non arrendersi alla trappola del “sarò felice quando…”. Essenzialmente è presenza.
  • Tapas – sono gli esercizi spirituali eseguiti con passione, e più in generale credo sia mettere la stessa passione e coscienza in qualsivoglia attività si svolga. Un essere evoluto non trova differenza tra un esercizio yoga, cucinare un piatto per sé o per altri o dedicarsi a una attività lavorativa.
  • Svadhyaya – dualisticamente può essere interpretato come lo studio su di sé o come lo studio delle sacre scritture. Personalmente non vedo differenza, la ricerca interiore è un viaggio anche esteriore. Ciò che è fuori è una proiezione di ciò che è dentro. Scorrelare i due aspetti vuol dire rimanere sempre in un ambito egoico.
  • Ishvarapranidhana – interpretata come resa incondizionata. L’azione perde qualsivoglia connotazione egoica, è giusta azione priva di aspettative. I risultati sono accettati come ciò che deve essere e come tale affrontati in assenza di giudizio.

ASANA

Circoscrivere le Asana a esercizio fisico per donare maggior elasticità e tonicità al corpo significa mortificarne la grande potenzialità. Le posture eseguite in una corretta sequenza lavorano su tutti i corpi. Certo muscoli, tendini e giunture ne traggono beneficio. Lavorano anche sugli organi interni avviando un processo di purificazione e rigenerazione, sulle ghiandole stimolandole ed equilibrando la funzione ormonale, sui chakra attivandoli e allineandoli, quindi anche su un piano psichico stimolando lo scioglimento di blocchi emotivi. La postura tenuta oltre un certo periodo diventa anche meditazione. Innescano un processo di autoguarigione ed evoluzione su tutti i piani.

PRANAYAMA

Controllare il respiro significa controllare mente ed emozioni, significa anche distaccarsi da false identificazioni. Chi controlla il respiro controlla la propria esistenza, al di là degli innumerevoli effetti benefici a livello psicofisico. Il respiro consapevole apre le porte ai mondi superiori.

PRATYAHARA

Liberazione della coscienza dal dominio dei 5 sensi. Per poter iniziare a praticare il percorso verso il nostro interno dobbiamo diventare dapprima consapevoli dei nostri sensi e dell’effetto dei loro stimoli esterni, quindi sviluppare la capacità di disancorarci lasciando che fluttuino all’esterno non condizionando più le nostre pratiche. È propedeutica necessaria per sviluppare i tre passaggi successivi.

DHARANA

Sviluppa la capacità di rimanere fermi come consapevolezza su un soggetto o oggetto senza che vi siano fluttuazione della mente o della coscienza a deflettere la nostra attenzione. Da menti di scimmia dobbiamo saper essere dei puntatori laser.

DHYANA

È la meditazione. La nostra coscienza si fa auto-diretta e diventiamo consapevoli di tutti i nostri movimenti. Impariamo a gestire i nostri processi per arrivare alla comprensione del Sé, degli altri, della relazione tra i due mondi e prendere coscienza intuitivamente della Realtà. Esistono molte tecniche, anche funzionali a portare coscienza nella quotidianità.

SAMADHI

È lo stato in cui, liberi da false identificazioni, ricomponiamo la frattura originaria e, finalmente Uno, viviamo in uno stato di equanimità e beatitudine, liberi da quel doloroso vuoto interiore.

Mentre i primi sette stadi sono un percorso di vita in cui la felicità è direttamente proporzionale alla disciplina, il Samadhi è una conquista, risultato del metodico lavoro svolto gradualmente nel tempo.